Arrivai a Santulussurgiu a metà mattina del 4 di febbraio. Era una giornata abbastanza soleggiata ma fredda. Dopo un breve incontro con alcune persone della pro loco iniziai un giro per il paese. Percorsi la via principale, via Roma, dove di li a poche ore sarebbero scese le 38 parezas che si erano iscritte alla corsa. La via era semideserta ma già smantellata dell’asfalto e coperta di sabbia; solo pochi addetti ai lavori si trovavano nei paraggi. Degli abitanti di Santu Lussurgiu, invece, neanche l’ombra; probabilmente si preparavano al grande evento.
Dopo un pranzo veloce a base di prodotti tipici lussurgesi, pane, formaggio, salumi e ottimo vino, iniziò la mia ricerca. Il tempo stringeva perché di li a poche ore lo spettacolo sarebbe iniziato.
Incontrai il Sig. Motzo. L’impatto che ebbi con lui fu subito positivo, per quanto mi riguarda. Era molto impegnato a preparare la sua meravigliosa cavalla, Iris. Dunque ho cerato di essere il più discreta possibile. Iniziai con qualche domanda alle quali rispose in modo un po’ sfuggente, ma il tempo stringeva, e Iris aveva ancora bisogno di cure.
Dopo aver raccolto alcune informazioni la moglie del Sig. Motzo. mi invitò a prendere un caffè e dei deliziosi pasticcini alle mandorle. È allora che assistetti alla vestizione del marito e del suo compagno di pareza. Ne approfittai e feci una chiacchierata con la moglie, che mi sembrò molto preoccupata per il marito e per il figlio, anche lui cavaliere a sa Carrela. Addirittura mi disse: “ho paura due giorni prima, durante e due giorni dopo…temo soprattutto quando il cavallo fa le evoluzioni perché non si sa mai che reazioni potrebbe avere”.
Dopo aver raccolto alcune informazioni era già ora di scendere in pista per il Sig. Motzo, vestito da Pashà, la sua bellissima Iris, acconciata con tante piccole cipolline sulla criniera e una treccia nella coda, e il suo giovane compagno di pareza.
Trovai un posto sicuro dal quale poter osservare la discesa. Mi appostai alla fine del percorso dove i cavalli arrivavano ad una velocità davvero impressionante dopo una lunga discesa tutta curve.
Trovai uno scenario completamente diverso dalla mattina. Da semideserta la via Roma si riempì di gente e di curiosi, a mio avviso, un po’incoscienti perché si disponevano lungo il percorso delle pariglie, incuranti del pericolo anche se un minimo veniva scampato perché lo speaker comunicava quando il percorso doveva essere liberato.
Già nella visita della mattina notai che il percorso era irregolare e pensai subito che i cavalli, nei vari dislivelli, venissero sollecitati parecchio. Mi spiegarono che è il cavaliere che deve essere in grado di equilibrare e direzionare l’animale mettendo a nudo ciò che i lussurgesi chiamano la “balentia” ossia la compostezza ed l’eleganza. Questo è importante perché nella giuria vi sono tanti esperti e appassionati che osservano e commentano, con fare critico, chi non è in regola o non è stato esemplare nella discesa.
Io, benché non fossi giudice di gara o intenditrice di cavalli e di corsa, riscontrai in alcune discese la compostezza e l’eleganza dei cavalieri che a loro volta valorizzavano il cavallo mostrando molta agilità. Inoltre in diverse pariglie i cavalli avevano stesso manto, se erano in coppia, se erano in tre il cavallo che aveva il manto diverso stava al centro.
Ciò che più mi colpì di più, oltre la discesa, fu la concitante voce dello speaker che accompagnava la corsa de “sas parezas” con “Unite…disunite” fino alla fine del percorso. Mi domandai, in maniera scherzosa, se a fine pomeriggio avesse ancora voce per parlare!!
Dopo aver visto sfrecciare un paio di parezas decisi di farmi un giretto per le stradine del paese. Purtroppo improvvisamente iniziò a piovere ma questo non impedì il proseguo della festa.
Nel mio girellare arrivai a s’iscappadrorzu. È stato il momento più emozionante del pomeriggio. È qui che si riuniscono le parezas prima di scendere al galoppo. Erano numerosissime; i cavalli possenti ed eleganti venivano montati con abilità e maestria dai cavalieri. Mi trovavo nel cuore della corsa; un insieme di colori e di maschere mi circondavano; respirai un’atmosfera d’allegria ma anche di tensione per le successive discese de sas parezas.
Mentre sa carrela volgeva a termine molte persone iniziavano ad aprire le cantine e ad offrire il loro vino migliore. Fino all’arrivo dell’ora di cena.
Tornai un secondo pomeriggio a Santulussurgiu per completare le mie interviste. Fu una giornata di riepilogo e di approfondimento che non ha fatto altro che rafforzare il pensiero che avevo avuto la prima volta: chi si spinge a correre a sa carrela lo fa per la passione e l’amore per il cavallo, per la tradizione di famiglia e per l’adrenalina che essa comporta perché: “la si aspetta tutto l’anno sa carrela”.
Dalle mie interviste è emerso che i preparativi iniziarono subito dopo le vacanze natalizie. Il Sig. Denti, oltre a ricercare il compagno di paredza, ha dovuto chiedere il cavallo in prestito; mentre il Sig. Motzo aveva la bellissima Iris, di sua proprietà.
La cosa curiosa è che tutti gli intervistati “anziani” quest’anno correvano con giovani cavallerizzi che si avvicinavano per la prima volta, o quasi, alla corsa.
Ciò che gli anziani esprimono è la volontà di migliorarsi di anno in anno e di cercare di coinvolgere anche i ragazzi in questa discesa appaiandosi con loro e dando consigli utili. Ciò che invece i giovani esprimono è la volontà di essere rassicurati e accompagnati nella loro prima corsa.
Coloro che scendono a sa carrela, chi da 40 anni chi da 30 chi da 20, sono persone che hanno la passione per i cavalli fin da giovani. Si prova sempre una forte emozione nel correre appaiati lungo un percorso, anche se per loro, è diventata una “routine” annuale.
Dalle mie interviste è emerso che nella maggior parte dei casi si tratta di tradizioni di famiglia.
I “miei protagonisti” non montano tutti i giorni pertanto si esercitano nel prendere contatto con il cavallo ma anche con il compagno di pariglia. In genere sono stati scelti cavalli della stessa potenza, per un maggiore affiatamento, e si è provato lungo strade di campagna simili, per quanto è possibile, al percorso de sa Carrela.
L’allenamento, vuoi per motivi personali vuoi per motivi di tempo, per i miei intervistati, non si è svolto in coppia con i rispettivi compagni ma ognuno si è preparato singolarmente. Quando è possibile solo una settimana prima della corsa ci si riunisce e si prova insieme. A causa del poco allenamento in coppia il Sig. Denti ha avuto problemi perché, la cavalla del compagno, non aveva nessuna intenzione di scendere, forse per l’agitazione o semplicemente per un capriccio.
Credo che in questa tradizione sia importante cogliere, non solo il lato turistico e mediatico, ma anche il lato simbolico che è quello di correre in segno di solidarietà, di amicizia e di gioia per i cavalieri; a loro volta essi vedono il cavallo come amico e compagno di avventura; la corsa come rispetto delle tradizioni di famiglia e come insegnamento per i più giovani.
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