Popolazione
Abitanti 2479
Maschi 1224
Femmine 1255 (Agg. 10 Settembre 2010)
Superficie Ha
10000 Altezza sul mare
503 metri Unione dei Comuni Montiferru-Sinis
XIV Montiferru A.S.L.
Numero 5 Oristano Strumento Urbanistico
PUC del 1990 Piano Terr. Paesistico
Numero 8 Sinis Montiferru Numero Istat
095 049
9. Alessandra Pinna, Il ruolo delle donne nella festa
Il Carnevale per tutta la cittadinanza di Santulussurgiu, significa insieme alla Settimana Santa, la festa più importante. Festa, preparata e attesa durante tutto l’anno. Un ruolo importante per la buona riuscita de su carrasegare lussurgese è quello che da sempre svolgono e si tramandano con passione le donne.
Da un’intervista alle abitanti del paese, la Sig.ra Maria Giuseppa Chessa, Maria Domenica Carta, Rita Chessa e Giuliana Chessa, ricaviamo moltissime informazioni riguardo le tradizioni carnevalesche che le vedono protagoniste. Mi raccontano come il carnevale sia vissuto dagli abitanti del paese con fortissima partecipazione e spiegano di come, per loro, significhi anche un grande impegno perché le vede impegnate in cucina nella preparazione dei dolci tradizionali: zeppole, fatti fritti, ravioli di mandorle al forno, ravioli fritti con ricotta e cioccolato.
Naturalmente le donne di un tempo, da buone padrone di casa, facevano tutto da sole, oggi quelle che lavorano e non hanno il tempo i dolci li comprano già pronti! Questi dolci poi si regalano o vengono offerti durante sa carrela ai cavalieri e alla gente.
Il giorno in cui si svolge la spericolata corsa de sa carrela la donna perde completamente il controllo della propria casa. Non è più padrona di niente. Le porte sono aperte, gente che entra, gente che esce, amici, parenti ma anche sconosciuti che assistono incuriositi alla preparazione dei cavalieri.
Alla domanda di come un tempo veniva vissuto il carnevale, mi raccontano che la tradizionale discesa dei cavalieri era una festa solo per gli uomini e che le donne dovevano stare a casa a badare ai figli, anche se morivano dalla voglia di parteciparvi. Alcune, più fortunate perché si ritrovavano fratelli maggiori, godevano di una certa libertà, ma prima dell’imbrunire dovevano comunque fare rientro in casa.
Collegandomi al tradizionale ballo che ogni anno viene organizzato per il carnevale dall’Associazione sportiva Monterra, raccontano con un velo di nostalgia, che un tempo i balli erano più belli; si organizzavano dentro il paese, nei garage e senza grandi pretese. Ci si accontentava di un po’di musica, vino, dolci e la festa era assicurata; ci si riuniva in tanti e ci si divertiva. Tutte le donne aspettavano con ansia questo momento perché costituiva una delle poche occasioni per uscire di casa.
Allora comunque la festa si viveva con più tolleranza e interesse collettivo, adesso tutto disturba e si ha perciò paura che, pian piano, venga meno l’interesse e la partecipazione della gente.
Un altro aspetto tipico e curioso delle donne del paese è quello che riguarda sas mascheras, e cioè la consuetudine di mascherarsi in maniera tale da essere irriconoscibili nell’aspetto e nella voce. Accompagnate dal tintinnio di campanelle, si muovono in gruppo per le strade del paese bussando con flebile voce nelle cantine dove gli uomini sono soliti riunirsi, fra di loro, negli spuntini durante i quali non manca il canto a cuncordu. Le donne, mascherate, entrano, scherzano, prendono in giro gli uomini fidando sull’anonimato che deriva dal loro travestimento. Irrompono le donne offrendo gustosi cannelloni o ravioli, preparati con le loro mani, ma ahimè ripieni gli uni di cotone e gli altri di coriandoli! Gli uomini offrono da bere e in quest’atmosfera di allegria c’è chi svela la propria identità e chi invece si serve per bere della cannuccia, che fa passare sotto la maschera, pur di non rendersi riconoscibile. E ancora spruzzano per aria profumi scaduti, offrono gustosissime caramelle all’aglio, spargono polvere starnutina e rompono fialette puzzolenti. Tutto ciò genera grasse risate e puro divertimento. Una intrusione certamente significativa dei rapporti fra generi nella vita tradizionale della comunità che andrebbe adeguatamente studiata.
Un altro aspetto dello specifico femminile nella festa riguarda la preparazione dei costumi in maschera. Un tempo questi venivano preparati in maniera molto semplice e ci si arrangiava con quello che si aveva a disposizione in casa. Il lavoro di costruzione dei vestiti le impegnava tanto sia per tempo che per creatività. I vestiti si cucivano con la carta crespa che veniva attaccata agli abiti, ma si usava anche la carta velina lavorata con la macchina della pasta per fare i ravioli in modo tale da ottenere le frange da attaccare alle maniche dei maglioni o ai pantaloni. Si facevano delle gonnelline sempre con la carta.
Non c’era comunque l’esigenza di essere una determinata maschera, come oggi, ma ci si accontentava con niente. Si recuperavano vecchi impermeabili del nonno, abiti usati, ci si imbottiva i vestiti con i cuscini. La faccia si copriva con della tela nera.
Era usanza, oggi scomparsa, quando si usciva la notte travestite portare nel gruppo sa cara, cioè una persona senza maschera, col volto scoperto, che garantiva per tutto il gruppo. Anche ai balli il gruppo delle maschere doveva essere accompagnato da sa cara; questa costituiva una garanzia per tutto il gruppo, altrimenti non ci si poteva fidare e non si accoglievano in casa.
Spiegano che in generale la visita delle maschere è ben accetta dalla gente, anzi sono attese con ansia e curiosità ed è triste se queste non passano.
È chiaro che col tempo le cose cambino e così le tradizioni; sono poche le ragazze di oggi che si divertono in questo modo, solo qualcuna mostra entusiasmo e si unisce al gruppo di donne adulte, madri e zie: molte, con rammarico, affermano che questa tradizione sta scomparendo col tempo.
Il ruolo della donna va considerato poi anche sotto un altro aspetto e cioè quando queste hanno figli o mariti che prendono parte a sa carrela. Allora l’atmosfera del carnevale cambia. Non è di gioia ma di preoccupazione e di pericolo. Addirittura molte di queste non vanno neppure ad assistere alla corsa proprio per l’ansia e l’angoscia che vivono.
Solitamente prendono parte alla corsa de sa carrela è nanti gli uomini del paese; una curiosità: negli anni precedenti la prima guerra mondiale la prima donna a parteciparvi fu una certa Donna Maura, nobile del paese; un’altra intorno agli anni ’80 e infine quest’anno una ragazza di 15 anni.
I dati raccolti dall’intervista sono molto significativi; rivelano sicuramente la passione di tutte le donne lussurgesi nel preparare una delle feste più sentite, con la speranza che la lunga tradizione, tramandata di madre in figlia, non venga perduta. Questo è quanto emerge dal colloquio che ho potuto avere con alcune di loro.
Si percepisce dall’entusiasmo dei loro racconti la dedizione che mettono nel lavoro di preparazione; e ancora il divertimento che sta alla base della festa e quindi il significato profondo che attribuiscono al Carnevale.